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dal 16 Marzo in libreria

Una storia mai scritta.

Falsata, sminuita, equivocata, ignorata o, peggio ancora contrabbandata come una goliardica sagra della paparazzata - ossia una sequenza di pugilistici match tra divi e paparazzi - , la dolce vita romana ha costituito invece, a cavallo degli anni 50 e 60, un fenomento culturale delle cause e dele motivazioni ben più profonde delle esigenze economico-professionali dei fotografi e delle opportunità, da essi offerte ai divi più o meno compiacenti del momento, di esibizionistiche e pubblicitariamente fruttuose reazioni. Allegra, spensierata, edonistica per definizione, la vita di quel mondo operante tra spettacolo, alta moda, cultura, aristocrazia, giornalismo, politica, alta finanza, fu anche contrassegnata da episodi tristi.
Attento osservatore della realtà, Federico Fellini lo notò e, quando andò a descrivere il fenomeno nel suo celebre film, lo permeò di una sottile vena di malinconia. Fellini tenne a battesimo la dolce vita romana quando questa era già svezzata. Molti credono che negli ne sia stato l’inventore: ne fu soltanto il cantore, anzi un tardivo cantore. Ebbe però l’intuito e il merito di rappresentarla sullo schermo di farla conoscere a pubblici ben più ampi del notturno mondo romano di Via Veneto del quale, per di più non faceva parte da protagonista, tutt’al più da sporadico e casuale osservatore. Quando il 4 febbraio 1969 il film fu dato in prima visione assoluta a Roma e il 5 febbraio a Milano, cominciò ufficialmente la sccoperta di quel singolare fenomeno di costume che, nell’attimo stesso in cui diventava noto, volgeva già al tramonto. Non è stata scritta mai la storia vera della doce vita; l’impresa potrebbe sembrare fatua ma non lo è: quella parte di vero che c’era, nel fenomeno, non inventata dai cronisti e dai fotoreporter, trova spiegazione nella particolare situazione economica, sociale, politica, culturale del momento . Via Veneto era, in quegli anni, lo specchio dell’Italia degli squilibri, delle contraddizioni ,della superficalità, dell’incosapevolezza delle masse ubriacate del boom economico, dalla conquista dell’automobile, dal benessere incipiente per la maggior parte della popolazione. A partire dal 1956, anno in cui ufficiamente gli economisti
fissano la conclusione della ricostruzione post-bellica, l’economica italiana marciò impetuosamente verso il boom, con una serie di conseguenze rapido sviluppo e grandi squilibri, solido progresso e forti contradizioni. I bassi costi del lavoro spingevano le imprese straniere ad investire in Italia e, tra queste, le grandi case cinematografiche americane: ne derivarono una calata sul Tevere di divi hollywoodiani, la mitizzazione di fatti e personaggi, l’improvvisa euforia delle masse.